Camless
Campanatura (camber)
CAN
Canali dell’ABS (ABS channels)
Candela (spark plug)
Candele a scarica semisuperficiale
Candelette (sheated-element glow plugs)

Canister

Canna o camicia (cylinder liner)

Capacità di conversione

Capacità di una batteria

Cappello

Carburanti: “specifiche ecologiche”

Carburatore

Carburatore a controllo elettronico

Carburazione

Carica (charge)

Carica stratificata (charge stratification)
Carico (load)


Camless

Gestione individuale delle valvole in tempi e alzate con conseguente eliminazione della farfalla nei motori a benzina. Attualmente il sistema è ancora voluminoso e consuma molta energia, più di quella che si risparmia senza farfalla ma tutti i costruttori stanno lavorando in questa direzione. Il sistema tradizionale di alberi a camme è sostituito da un attuatore elettroidraulico a controllo elettronico. Al limite non esistono nemmeno le molle di richiamo in quanto il magnetismo residuo nel corpo valvola mantiene la stessa nella sua posizione e l’attuatore la deve solo spostare senza vincere alcuna energia elastica contrastante.



Campanatura (camber)

E’ l’angolo d’inclinazione delle ruote allineate al senso di marcia rettilineo, rispetto a un piano verticale al terreno. La campanatura può essere positiva (viste frontalmente le ruote appaiono «aperte» verso l’alto) o negativa («aperte» verso il basso). Per la stabilità della vettura, essa non dovrebbe passare da negativa a positiva durante il movimento della sospensione* dovuto al molleggio. Una buona soluzione è che sia nulla nella posizione di riposo e leggermente negativa durante la compressione della sospensione.



CAN

Sigla di Controller Area Network, sistema messo a punto dalla Bosch per ovviare al problema dell’affollamento di cavi elettrici nelle moderne automobili provocato dall’aumento delle funzioni gestite dall’elettronica. Anche oggi, sulla maggior parte delle vetture un filo dell’impianto elettrico svolge una sola funzione: alimenta un determinato componente, oppure riceve o invia una certa informazione. Sui modelli «top» si è però ormai arrivati al limite fisiologico dell’impianto tradizionale, con fasci di cavi grossi come un braccio e qualcosa come due chilometri e mezzo di filo elettrico. Basti pensare, per esempio, che un’auto con retrovisori regolabili e riscaldabili elettricamente, alzavetri a pulsante, chiusura centralizzata con antifurto, otto regolazioni elettriche e due memorie per ogni sedile richiede più di 50 cavi per ciascuna porta anteriore, con notevoli difficoltà costruttive e seri rischi per l’affidabilità. Invece di attribuire a ogni filo dell’impianto elettrico una sola funzione, il CAN si avvale di un collegamento a rete «multiplex» che collega le varie centraline e trasmette su una sola linea (chiamata anche «bus di dati») un gran numero di informazioni e comandi. Ciò è reso possibile dalla trasmissione «seriale», ossia in rapidissima successione: in un secondo la linea può trasmettere fino a un milione di «bit», poi decifrati da microcomputer collocati in vari punti dell’auto. Con un sistema del genere, per far funzionare una vettura sarebbe sufficiente un cablaggio costituito da appena 4 cavi: massa, alimentazione con la tensione della batteria* e due fili nei quali corrono i segnali. Uno dei vantaggi più importanti del CAN è anche quello di far dialogare le varie centraline* fra loro per coordinare azioni in comune che prevedono scambi di dati in tempi brevissimi, la conferma di avere ricevuto e correttamente interpretato le informazioni, la segnalazione di eventuali errori. Il bus CAN trasmette i dati dando priorità a quelli più importanti. La Peugeot 607 è la vettura più recente dotata di CAN. Vedi anche “sensori” e “multiplexing”.



Canali dell’ABS (ABS channels)

Di solito vengono chiamati così sia i sensori* utilizzati per rilevare il numero di giri delle ruote (canali del segnale), sia le elettrovalvole (canali di regolazione) impiegate per modulare la pressione frenante sulle diverse ruote nei sistemi ABS*. I segnali sono indispensabili affinché l’elettronica possa riconoscere l’incipiente bloccaggio delle ruote e agire sull’impianto idraulico dei freni*. Quanti più canali sono utilizzati tanto più precisa e rapida è la modulazione di pressione. Come minimo ne sono necessari due, che rilevano il numero di giri delle ruote anteriori, mentre la soluzione ottimale ne prevede uno per ogni ruota. L’ABS più raffinato si avvale di quattro sensori (addirittura, nel caso di vetture a trazione integrale, ne sono utilizzati altri due, per rilevare l’accelerazione longitudinale e l’eventuale accelerazione attorno all’asse verticale nel caso che l’azione frenante sia prevalente su un lato) e di quattro elettrovalvole di regolazione: in questo caso si può sfruttare al massimo l’aderenza dei pneumatici, riducendo la pressione di frenatura solo sulla ruota che sta per bloccarsi. Per diminuire i costi sono diffusi ABS con quattro sensori (sulle trazioni posteriori se ne possono utilizzare anche tre soltanto, valutando il comportamento del retrotreno dal segnale di velocità dell’albero di trasmissione) e tre canali di regolazione (la frenata delle ruote posteriori è gestita da una sola elettrovalvola). Ancor più semplici ed economici gli impianti con due sensori e due elettrovalvole che agiscono soltanto sulle ruote anteriori. A un livello intermedio si collocano gli impianti con due circuiti frenanti diagonali e ABS con quattro sensori e due elettrovalvole (che modulano direttamente solo i freni anteriori).



Candela (spark plug)

Accende la miscela nella camera di combustione* dei motori* a benzina scoccando una scintilla quando tra i due suoi elettrodi si stabilisce una differenza di tensione che può arrivare a circa 20.000 volt. L’elettrodo centrale e la parte connessa ai cavi ad alta tensione sono collegati da un materiale conduttore sigillante e sono collocati all’interno di uno speciale corpo ceramico (Al2O3). L’elettrodo di massa è saldato al corpo metallico della candela. I materiali degli elettrodi sono di solito leghe di nickel (con cromo e ittrio, ad es.), tuttavia anche argento, platino e iridio (il metallo più resistente agli agenti chimici e dal peso specifico più elevato dopo l’osmio, fonde a 2443°C) vengono utilizzati in casi particolari. Un nucleo centrale di rame migliora decisamente le scarse doti di conduzione di calore dell’elettrodo di nichel. Le candele sono prodotte con differenti «gradazioni termiche» (grado termico*) perché devono essere utilizzate su motori che sviluppano differenti quantità di calore nelle loro camere di combustione. Gli elettrodi e l’isolante si attestano su temperature medie di funzionamento che dipendono dalla potenza erogata dal motore. Il «naso» dell’isolante ceramico (la parte bianca che circonda l’elettrodo centrale) dovrebbe sempre mantenersi a temperature comprese fra 400 e 850 °C. Infatti i 400 °C sono la cosiddetta «temperatura di autoalimento della candela», perché consente di bruciare o di modificare la composizione chimica delle sostanze carboniose, dei composti di piombo e della fuliggine che si depositano sull’elettrodo. Quando il motore funziona al minimo o gli viene richiesta poca potenza (marcia in città, in discesa ecc.), la temperatura dell’elettrodo spesso scende sotto i 150 °C e la candela può funzionare regolarmente (per un periodo non troppo lungo) solo se la quantità di olio lubrificante che entra nella camera di combustione non è eccessiva e se la miscela aria-benzina non è troppo «ricca». Al contrario, la temperatura di 850 °C non dovrebbe mai essere superata perché intorno ai 900 °C si può manifestare il rischio di autoaccensioni (la miscela aria-benzina si accende da sola prima che scocchi la scintilla).



Candele a scarica semisuperficiale

Sono candele con un elettrodo centrale e quattro esterni radiali, realizzate in modo che la scarica avvenga solo tra gli elettrodi nelle migliori condizioni di innesco. Ogni scintilla scivola sulla ceramica dell’isolatore centrale prima di saltare su uno degli elettrodi laterali con un ultimo percorso in aria. Si eliminano i depositi carboniosi e l’eventualità di “misfiring” (mancata accensione) facilitando anche l’avviamento a freddo e la regolarità di funzionamento al minimo.



Candelette (sheated-element glow plugs)

Sistema di avviamento dei motori AC* con elementi incandescenti piazzati vicino agli inettori per favorire l’accensione del combustibile a motore freddo. Esse si accendono brevemente prima dell’avviamento e sono in grado di raggiungere gli 850°C in 3 - 5 secondi.



Canister

Dispositivo antinquinamento* consistente in un contenitore con filtro a carboni attivi che raccoglie i vapori di benzina provenienti dal serbatoio quando si lascia la vettura parcheggiata ad alta temperatura. Una volta condensati, questi vapori vengono inviati all’impianto di aspirazione del motore per essere bruciati all’interno della camera di combustione*. Soprattutto negli Stati Uniti vi sono state polemiche sulla possibile pericolosità del canister in caso di incidente per l’infiammabilità dei vapori di benzina che esso contiene. Le vetture diesel* non necessitano di questo dispositivo.



Canna o camicia (cylinder liner)

Parte del basamento motore* (detta anche canna cilindro) nella quale scorre il pistone*. Per evitare che il pistone non sia adeguatamente lubrificato (e che quindi possa grippare durante le prime ore di funzionamento) si ricorre alla «grigiatura», ossia alla realizzazione sulla superficie del cilindro di due finissime serie di solchi incrociati inclinati fra loro di 120° nei quali si raccoglie il lubrificante creando un velo sul quale scorre il mantello del pistone. Si fanno anche trattamenti superficiali speciali a base di nichel-silicio per ridurre gli attriti (attualmente Jaguar, Yamaha e Ford). Oltre alle canne ricavate nella fusione del blocco (“integrali”) esistono anche quelle “riportate” cioè amovibili. Esse possono essere montate inserendole nei cilindri per interferenza o incorporate in fusione, dette “a secco” oppure inserite a contatto con l’acqua di raffreddamento e si dicono “umide” o “a bagno”. Vedi anche open e closed deck.



Capacità di conversione

Valore numerico che indica la percentuale di sostanze inquinanti convertite nel catalizzatore*. E’ calcolato con la formula (e2 / e1); dove e1 sta per le emissioni prima del catalizzatore ed e2 per la quantità di emissioni dopo il catalizzatore. Un esempio: se il risultato della divisione è 0,6 nel catalizzatore è stato convertito il 60% delle sostanze nocive immesse.



Capacità di una batteria

Valore misurato in amperora (Ah): esprime la quantità di corrente che può essere erogata in determinate condizioni. La capacità di una batteria* (o accumulatore) al piombo non è costante, ma diminuisce al crescere dell’intensità di corrente erogata e all’abbassarsi della temperatura. CA indica gli amperora erogati alla temperatura di 0°C; CCA quelli erogati a 0°F. La capacità nominale indica l’intensità di corrente costante che l'accumulatore è in grado di erogare durante una scarica di 20 ore e con tensione finale di 1,75 V per cella.



Cappello

Elemento smontabile che alloggia generalmente delle bronzine ed entro cui perciò ruota un perno. Pertanto esiste, ad esempio, un cappello di biella (che fa parte della testa di biella) e un cappello di banco, entro cui ruota un perno di biella dell’albero motore.



Carburanti: “specifiche ecologiche”

Sono i limiti alle sostanze ritenute nocive in quanto danno luogo a composti pericolosi immessi nell’atmosfera. Per il “2.000 è prevista in Europa questa composizione in percentuale volumetrica: idrocarburi olefinici 18% aromatici 42% benzene 1% Ossigenato metanolo 3% etanolo 5% alcole isopropilico 10% brutilico terziario 7% isobutilico 10% eteri 15% altri ossigenati 10% tenore di zolfo 150 mg/kg tenore di piombo 0,005 g/l Dal 1° luglio 98 in Italia il valore ammesso per gli aromatici è 40% e per il benzene è 1%.



Carburatore

Componente dell’impianto di alimentazione* di un motore* a benzina preposto alla formazione della miscela aria-combustibile e alla sua dosatura. Attraverso la valvola a farfalla*, su comando dell’acceleratore, regola l’erogazione della potenza. Tale regolazione avviene modificando la quantità (in peso) della miscela inviata ai cilindri* e tenendo pressoché costante la proporzione aria-carburante. Allo schema base del carburatore, che comprende la vaschetta a livello costante, il diffusore (se sono più di uno si parla di "doppio corpo", "triplo" ecc.) , il getto e la valvola a farfalla, si aggiungono dispositivi che hanno il compito di consentire la partenza a freddo, il funzionamento regolare al minimo e le rapide accelerazioni. La vaschetta a livello costante impedisce che il flusso della benzina sia influenzato dal movimento e dalla posizione della vettura. La costanza del livello è ottenuta con un galleggiante che apre o chiude il foro di entrata della benzina per mezzo di una valvola a spillo. Il diffusore è dotato di una strozzatura (detta tubo di Venturi), posta in corrispondenza dell’ugello, e che serve per generare la depressione necessaria per aspirare attraverso tale foro il carburante che entrerà poi nei cilindri, opportunamente miscelato con l’aria. La zona a valle della strozzatura, fino alla valvola d’aspirazione, è quella in cui si realizza la perfetta nebulizzazione della miscela. L’ugello, detto getto, è collocato a un livello superiore a quello in cui si trova la benzina nella vaschetta. La quantità di benzina che fuoriesce è determinata dal diametro del getto, costituito generalmente da una piccola vite con un foro calibrato, la cui misura è espressa in centesimi di millimetro. Variando il diametro del getto si può arricchire o impoverire la miscela (ossia aumentare o ridurre la quantità di benzina rispetto a quella di aria) modificando, entro ristretti limiti, le prestazioni e i consumi del motore. La valvola a farfalla è inserita nella tubazione a valle del diffusore e consente di variare la coppia* del motore modificando il peso della miscela inviata ai cilindri.



Carburatore a controllo elettronico

Sistema costituito da un carburatore* tradizionale di tipo semplificato e da dispositivi elettronici che consentono di gestire il segnale proveniente dalla sonda Lambda* e di far funzionare correttamente il catalizzatore*. Ha avuto una certa diffusione quando hanno cominciato ad essere utilizzate le marmitte catalitiche, poi è stato quasi del tutto soppiantato dall’iniezione* elettronica. Carburatori di questo tipo sono prodotti quasi esclusivamente da Case giapponesi e sono stati impiegati per questioni economiche e di intrinseca affidabilità su vetture poco costose e di piccola cilindrata, come la Fiat «Cinquecento 700», la Maruti «800», la Suzuki «Swift» e la Honda «Civic 1300». Il carburatore di base provvede alle funzioni primarie: minimo, progressione, massimo. Un dispositivo elettropneumatico aggiuntivo provvede poi a modificare il rapporto A/F* ossia il titolo della miscela, arricchendola o smagrendola secondo le necessità di funzionamento del motore e del catalizzatore in base ai segnali che la centralina* riceve dai sensori* di temperatura del liquido di raffreddamento* e/o dell’aria aspirata dal motore e secondo la posizione dell’acceleratore. In caso di guasto elettrico o elettronico il sistema torna ad essere un normale carburatore che consente di continuare la marcia anche se con prestazioni ridotte.



Carburazione

Si definisce con questo termine la preparazione della miscela combustibile, ossia la polverizzazione, vaporizzazione e miscelazione della benzina con una determinata quantità di aria*. Nella camera di combustione* idrogeno e carbonio (principali componenti della benzina) si combinano con l’ossigeno dell’aria: se il fenomeno è completo si formano esclusivamente anidride carbonica e vapore acqueo. Per avvicinarsi a questa condizione teorica occorre che i due componenti, aria e benzina, entrino nel cilindro* con un rapporto tale da permetterne la completa combustione. Tenendo conto del numero di atomi di idrogeno e di carbonio presenti in un chilogrammo di benzina, è possibile conoscere il numero di molecole d’ossigeno necessarie. Questo rapporto teorico di pesi, detto stechiometrico*, è di 1 kg di benzina per 14,7 kg di aria che, tradotto in volumi, equivale a 1 litro di benzina per circa 8400 litri di aria alla temperatura di 15 °C e alla pressione di 1 bar. Nel viaggio fra carburatore* e cilindri la miscela subisce deviazioni, accelerazioni, cambiamenti di pressione e di temperatura tali da modificarne la composizione. Per esempio, la parte di benzina che non viene polverizzata e che si deposita sulle pareti dei condotti è come se non fosse mai pervenuta nei cilindri. In pratica un motore a ciclo Otto raramente funziona con rapporto stechiometrico, anche perché gli scostamenti sono necessari per consentire il regolare funzionamento in tutte le condizioni. Quando 1 kg di benzina si miscela con più di 14,7 kg di aria si dice che la miscela è «magra» o «povera»; quando invece si combina con meno di 14,7 kg di aria si dice che la miscela è «grassa» o «ricca». Le condizioni atmosferiche e l’altitudine influiscono sulla carburazione poiché le variazioni di temperatura e quelle di pressione modificano la densità dell’aria mentre quella della benzina rimane inalterata.



Carica (charge)

Disposizione del carburante all’interno della miscela. Essa può essere omogenea o stratificata. La tendenza moderna è di avere miscele globalmente “povere”(cioè con rapporto A/F* alto) ma stratificate in modo da avere abbondanza di carburante attorno alla candela (motore AS*) e poi sempre meno allontanandosi. Così si hanno buone accensioni e buona progressività di fiamma, oltre a consumi ridotti.



Carica stratificata (charge stratification)

E’ un sistema di alimentazione “lean burn”* che prevede il funzionamento del ciclo Otto con rapporti A/F* particolarmente alti (50:1) purché il combustibile benzina sia iniettato direttamente nel cilindro (da 50 a 130 bar agli iniettori, contro i normali 3,5 bar, vedi iniezione diretta di benzina), appena prima dello scoccare della scintilla e in un ambiente che lo addensa attorno alla candela rarefacendolo man mano che vi si trova più lontano. Sono motori AS ad iniezione diretta* di realizzazione molto recente (1997). Il rapporto A/F* è dunque maggiore di 15. I vantaggi del sistema consistono nella possibilità di viaggiare, anche in condizioni di minimo carico, con la farfalla (che potrebbe anche non esserci, in linea teorica, ma c’è per il funzionamento “normale” ai carichi elevati ed è comunque motorizzata) dell’acceleratore praticamente aperta (ad es. 20° al minimo, in luogo dei normali 8 - 10°, dato che il poco combustibile viene iniettato direttamente nel cilindro) il che riduce le perdite di carico nei condotti. Inoltre essendo la carica addensata attorno alla candela l’aria vicino alle pareti rimane piuttosto fredda, riducendosi così lo scambio termico col fluido refrigerante (motore più adiabatico*) e allontanando la detonazione* con conseguente possibilità di alzare il rapporto di compressione, perché l’evaporazione della benzina nella camera di scoppio sottrae calore. La combustione è particolarmente povera di CO e di idrocarburi incombusti. La candela viene alimentata dalla bobina a diversi livelli di energia, di cui il più elevato per il funzionamento lean burn (100 mjoule), mentre per il funzionamento normale a pieno carico ne basta il 50%. Occorrono invece speciali catalizzatori per ridurre gli NOx in aggiunta a quello per ridurre CO e HC; Toyota (e altri a seguire: VW, PSA ecc.) usa i cosiddetti “catalizzatori ad accumulo*” che però non possono funzionare col tenore di zolfo* delle benzine europee (avvelena i sali di bario del catalizzatore se è contenuto in più di 10 ppm) mentre Mitsubishi usa catalizzatori continui all’iridio che non temono lo zolfo. Allo stesso fine, si usa anche il ricircolo dei gas di scarico*. Nella condizione ideale il rapporto A/F raggiunge il valore di circa 50, nei momenti in cui è richiesta la massima potenza il motore torna ai rapporti stechiometrici “normali”, attorno a 14:1. Anche in questa condizione comunque i risparmi rispetto alla regolazione tradizionale sono dell’ordine dell’8 %; in condizione di lean burn si arriva al 20 %, sempre nel ciclo standard europeo. Si tratta ovviamente di motori plurivalvole, con gestione elettronica dell’alimentazione e dell’accensione. Vedi anche “lean burn” e “GDI”.




Carico (load)

E’ la coppia resistente applicata all’albero motore in opposizione a quella sviluppata dal motore. Per contrastare il carico si immette più o meno combustibile nel cilindro operando con l’acceleratore. Il rendimento termodinamico del motore varia col carico. Nei motori tradizionali AS la variazione è notevole perché ai carichi parziali la farfalla è semichiusa: ciò determina un calo della pressione al momento dell’accensione con conseguente restrizione dell’area interna del ciclo termodinamico. Poco notevole invece la variazione di rendimento col carico nei motori AC, dove non c’è farfalla. Vedi anche motori GDI.

[fonte:Quattroruote]...............|...............torna su..