Modulare
Molla di richiamo
Momento di inerzia
MON
Monoblocco o blocco cilindri
Montanti
Moto desmodromico

Motore a 2 tempi e 4 fasi

Motore a 4 tempi e 4 fasi
Motore a 6 tempi - combustione esterna
Motore a quattro cilindri in linea
Motore a rapporto di compressione variabile
Motore a scoppio
Motore a turbina (ciclo di Joule)
Motore adiabatico


Modulare

Termine usato sia per indicare motori* che possono funzionare regolarmente anche disattivando due o più cilindri*, sia propulsori, diversi come architettura, progettati per utilizzare gli stessi componenti base, sia infine complessi che sono costituiti da una o più unità autonome affinacate, come un motore pluricilindrico. Motori del primo tipo hanno suscitato un certo interesse all’inizio degli anni Ottanta, quando l’Alfa Romeo e, soprattutto, l’americana Cadillac li produssero in piccola serie con l’obiettivo di ottenere interessanti riduzioni di consumo, specie nella marcia in città o in condizioni di limitata richiesta di potenza. La modularità del quattro cilindri Alfa Romeo era ottenuta «tagliando» l’iniezione* di benzina in due cilindri. Nel motore Cadillac (un otto cilindri) ciò avveniva, a seconda delle circostanze, su due o quattro cilindri dei quali venivano bloccate anche le valvole*. Il secondo significato di «modulare» è, invece, più che mai attuale, perché si stanno diffondendo sistemi di produzione che raggiungono notevoli economie di scala utilizzando il maggior numero possibile di elementi comuni su motori aventi un numero di cilindri anche molto diverso. Il sistema Mercedes (ZAS) disattiva quattro deglo otto cilindri tenendo chiuse le valvole per mantenere l’aria calda e non infuenzare il catalizzatore.



Molla di richiamo

Componente della distribuzione* che richiude la valvola* di aspirazione o di scarico dopo che questa è stata aperta dalla camma*. Le molle devono avere caratteristiche tali da impedire il cosiddetto «sfarfallamento» delle valvole che, oltre a limitare le prestazioni del motore, è molto pericoloso perché può provocare il contatto tra la valvola, appunto, e il cielo del pistone*. Oltre determinati regimi di rotazione le molle di tipo metallico non sono più in grado di garantire un sincronismo perfetto, in quanto troppo sollecitate dall’inerzia delle valvole. Per raggiungere regimi sempre più elevati è necessario dunque ricorrere a valvole più leggere (e quindi con meno inerzia) o addirittura, come avvenuto in «formula 1», a molle di richiamo pneumatiche che consentono incrementi anche del 20%. Per avere un’idea dell’influenza del peso, basti pensare che una valvola cava di titanio internamente riempita di sodio (26 grammi) permette di raggiungere i 15.500 giri, contro i 14.000 di una valvola d’acciaio delle stesse dimensioni (48 grammi).



Momento di inerzia

E’ la misura della difficoltà che si incontra nel porre in rotazione un corpo o anche nell’arrestare un corpo che è in rotazione. Tra la coppia necessaria per far girare un corpo e la sua accelerazione angolare esiste una proporzione diretta che è appunto il momento di inerzia del corpo. Esso si misura in kg m2, mentre la velocità angolare è in rad/s. E’ evidente che quanto più il corpo pesa, tanto più è alta la sua inerzia, e quindi la massa del corpo (misurata in kg) influisce sul momento d’inerzia. Ma grande influenza ha anche la distanza delle varie masse in cui si può considerare diviso il corpo rispetto al centro di rotazione. Ecco perché compare, al quadrato, un valore di lunghezza, detto raggio giratore: tale valore è la distanza dal centro di rotazione in cui si potrebbe pensare concentrata tutta la massa del corpo per ottenere la stessa inerzia del corpo reale in considerazione. Il momento di inerzia è molto importante nelle considerazioni riguardanti i moti rotatori, così frequenti in campo automobilistico e motociclistico. Non solo per quanto riguarda le ruote, ma gli ingranaggi, gli alberi e tutto quanto è in rotazione. In genere si cerca di ridurre al minimo il momento di inerzia con materiali leggeri e “svuotando” le zone non importanti (usando cioè ad esempio le ruote a raggi) . Però l’inerzia può anche essere utile per regolarizzare un moto rotatorio che tende a non essere regolare: il volano* ha questa funzione. Vedi anche effetto giroscopico.



MON

Sigla di Motor Octane Number, metodo sperimentale per la determinazione del numero di ottano* di una benzina. Differisce dal Research Octane Number (RON*) per il preriscaldamento della miscela, la più elevata velocità di rotazione e la possibilità di variare l’anticipo d’accensione* del motore da laboratorio utilizzato per la prova, che quindi sottopone il carburante a carichi termici più elevati. Per questi motivi i numeri di ottano secondo MON sono più bassi di quelli rilevati secondo RON.



Monoblocco o blocco cilindri

E’ l’elemento su cui si avvita la testata e che raggruppa tutti i cilindri e generalmente fa un tutt’uno col basamento, il quale supporta l’albero motore all’interno e porta all’esterno gli attacchi per ancorarsi alla struttura del veicolo. Costruito generalmente in alluminio per l’alimentazione a benzina, risulta invece più pesante per il Diesel, che ha problemi di robustezza e smorzamento delle vibrazioni e che quindi utilizza più frequentemente la ghisa. Oggi, con la ghisa grafitica vermicolare (GGV) si sono ottenute riduzioni di peso dal 10% al 20%.



Montanti

Sono le parti della carrozzeria* su cui poggia il tetto e che hanno grande importanza per la robustezza strutturale della parte alta della scocca*. La loro resistenza è fondamentale per il mantenimento dello spazio vitale nell’abitacolo in caso di ribaltamento della vettura. Nella letteratura tecnica anglosassone i montanti sono chiamati «pillar»: l’«A pillar» è il montante anteriore, quello a lato del parabrezza; il «B pillar» quello mediano (che, soprattutto sulle coupé e sulle cabriolet, può anche mancare per conferire maggiore slancio alla linea della fiancata); il «C pillar» è il montante più arretrato, quello che unisce il padiglione al parafango posteriore.



Moto desmodromico

Un sistema che utilizza per il richiamo delle valvole un sistema meccanico anziché le comunissime molle d’acciaio o pneumatiche. Tramite camme e bilancieri le valvole vengono richiuse e possono essere raggiunti regimi di rotazione elevatissimi.



Motore a 2 tempi e 4 fasi

E’ il motore a pistoni in cui il ciclo completo si compie in due sole corse del pistone anziché in quattro (un giro dell’albero motore). Le fasi sono comunque quattro, due si compiono durante la corsa di lavoro (verso il punto morto inferiore) e sono l’espansione e lo scarico; le altre due si compiono durante il viaggio del pistone verso il punto morto superiore e sono il lavaggio con immissione e la compressione. A parità di cilindrata la sua potenza però non è il doppio di quella di un motore a scoppio a causa del rendimento inferiore. Nel motore a due tempi non si considera più il rendimento volumetrico ma il rendimento del lavaggio, che è massimo quando si ottiene la massima carica di gas freschi, la massima eliminazione di gas combusti e la minima perdita di gas freschi allo scarico. A parità di cilindrata il due tempi ha una potenza maggiore di un quattro tempi. Infatti ha una corsa attiva per giro e può salire di giri perché è leggero e con pochi componenti, il che compensa (a livello potenza sviluppata) la coppia piuttosto bassa e irregolare specie a basso numero di giri, caratteristica che lo rende adatto a veicoli di massa ridotta, come moto. Costa poco e può funzionare anche capovolto, grazie al sistema di lubrificazione dal carter. Gli inconvenienti sono l’inquinamento, il consumo (cioè il rendimento*), la durata. Tuttavia, grazie all’elettronica, che può controllare meglio le fasi critiche del due tempi (specie a bassa velocità) c’è un nuovo interesse (Toyota, Ford, GM e Fiat) e il prodotto più avanzato è la versione “Orbital”, che però attualmente ha durata scarsa per via della debole lubrificazione nel carter-pompa ed ha elevato consumo d’olio. Si conosce anche la realizzazione “Freedomair”, sempre australiano, che può trasformare un quattro tempi in un due tempi: si elimina l’uso del carter-pompa, fonte di inquinamento anche per il consumo d’olio. Ad esempio la fase di lavaggio, dove normalmente con lo scarico se ne va anche dal 10 al 30% di miscela incombusta, può essere eseguita con aria con contenuto EGR addirittura del 40%, e iniettare poi il carburante direttamente nel cilindro (Ditech = Direct Injecyion Technology sarà utilizzato anche da Aprilia). E’ un po’ la tecnica dei “lean burn” ma con la necessità di interventi dell’iniettore molto più rapidi perché i giri sono alti e l’iniezione avviene ad ogni giro. Altri interventi prevedono compressore, valvole e catalizzatore. Col compressore si può inviare una miscela di aria e carburante (1/1) quando il pistone in risalita ha già chiuso le luci e quindi non si ha emissione di idrocarburi nella fase di lavaggio, eseguita con sola aria: necessita ovviamente di lubrificazione separata. La Toyota ha realizzato un interessante 2 tempi Diesel con 4 valvole per cilindro (tornano quindi le valvole), compressore “Roots” (a lobi) per il lavaggio, candeletta di preriscaldamento e precamera (eliminabile in futuro con un common rail* e iniezione diretta) , praticamente anche questo un 4 tempi trasformato in due tempi. Il due tempi è meno longevo del quattro tempi perché deve utilizzare alle bielle e al banco dei cuscinetti a rotolamento, tali cioè da poter essere lubrificati “a nebbia”, come avviene con la miscela mischiata all’aria. Questi cuscinetti hanno capacità di carico decisamente inferiore a quelli a strisciamento (bronzine) del motore a quattro tempi.



Motore a 4 tempi e 4 fasi

Motore in cui il ciclo completo si compie in quattro tempi: aspirazione, compressione, espansione e scarico (quattro corse del cilindro, due giri dell’albero motore) - e in quattro fasi termodinamiche: compressione adiabatica, isovolumica (motori AS) oppure isobara (Diesel) adiabatica e isovolumica. Vedi anche motore a scoppio.



Motore a 6 tempi - combustione esterna

Il pistone percorre sei volte il cilindro prima di ripetere il ciclo. Se la fase attiva fosse una sola sarebbe un motore troppo lento o che comunque richiederebbe molti pistoni per avere un funzionamento regolare ai bassi regimi. Invece le fasi attive di espansione con produzione di lavoro sono due e quindi ai fini della regolarità di funzionamento è come se si trattasse di un “tre tempi” e l’albero della distribuzione, che muove le valvole, gira a un terzo della velocità del motore, può funzionare anche come monocilindrico. Invece della camera di scoppio ci sono altre due camere esterne con cui viene alternativamente messo in comunicazione il cilindro durante la fase di compressione. Queste camere sono indipendenti e una attorno all’altra: quella più esterna detta di riscaldamento e l’altra detta di combustione. Le valvole in testa al cilindro sono quattro: una di aspirazione e una di scarico, verso l’esterno, più una per collegarsi con una camera e una con l’altra. 1°tempo - Pistone che scende, valvola di aspirazione aperta, aspirazione di aria dall’esterno. 2°tempo - Pistone che sale, valvola di comunicazione con la camera di riscaldamento aperta, compressione di aria nella camera di riscaldamento, accensione della miscela nella camera di combustione alla fine della salita del pistone (combustione esterna). 3°tempo - Pistone che scende, valvola di comunicazione con la camera di combustione aperta, fase di lavoro attiva. 4°tempo - Pistone che sale, valvola di scarico aperta, espulsione della miscela combusta. 5°tempo - Pistone che scende, valvola di comunicazione con la camera di riscaldamento aperta, fase di lavoro attiva. 6°tempo - Pistone che sale, valvola di comunicazione con la camera di combustione aperta, compressione dell’aria nella camera di combustione. Inizio del nuovo ciclo. In pratica una volta espande miscela e una volta espande aria pura con vantaggi nelle emissioni e vantaggi termodinamici per il migliore sfruttamento del calore di combustione che non se ne va coi gas di scarico. Inoltre può bruciare benzina (e ci vuole una candela nella camera di combustione) oppure nafta (AC*) o altri combustibili. Al lato pratico sono delicate le fasi di trasferimento di calore attraverso le pareti sottili tra le due camere e soprattutto la realizzazione pratica delle camere stesse.



Motore a quattro cilindri in linea

E’ uno dei motori più classici. Ogni cilindro (come avviene in tutti i 4 tempi) ripete lo schema di lavoro ogni 360x2=720°. Nel frattempo devono avere lavorato tutti i cilindri per cui la scalatura degli scoppi è 720°/4=180°. Serve dunque un albero motore piatto. Esso ha due manovelle centrali dirette in un senso e le due laterali nell’altro senso per essere staticamente (equilibrio delle forze centrifughe) e dinamicamente (equilibrio dei momenti delle forze centrifughe) equilibrato. I supporti possono essere 3 (uno centrale e due alle estremità) oppure 5, assai raramente solo 2 (i laterali). Le forze alterne del secondo ordine non risultano equilibrate perché quando due bielle sono al PMS le altre due sono al PMI il che si traduce in una scossa verso l’alto, dato che le accelerazioni al PMS sono molto maggiori di quelle al PMI. Occorrono dunque due contralberi per avere la bilanciatura ottimale. Data la simmetria, le forze alterne del secondo ordine non danno luogo a momenti del secondo ordine.



Motore a rapporto di compressione variabile

Sviluppato dalla Saab col nome di SVC (Saab Variable Compression) consiste in un motore sovralimentato volumetricamente dove un sistema di biellette manovrate da un albero a gomiti secondario, a comando idraulico, alzano o abbassano il complesso unitario formato da testa e cilindri (monohead). In pratica il pistone si trova a scorrere in un cilindro che può spostarsi a sua volta in alto o in basso, assieme alla testa, diminuendo o aumentando il volume della camera di scoppio. Ciò permette di scegliere (elettronicamente) il miglior rapporto di compressione* compatibile con le prestazioni che si pretendono: i vantaggi riguardano i consumi (fino al 30% in meno) e le emissioni. A carico parziale il rapporto di compressione può essere aumentato di molto (14:1) perché si è lontani da fenomeni di autoaccensione; viceversa (8:1) a pieno carico dove interviene anche il compressore volumetrico. La cilindrata è modesta (1,6 l nel primo prototipo - 168 kW di potenza massima- 305 Nm di coppia massima, 5 cilindri a corsa lunga), dato che il rendimento è elevato, il che permette anche di viaggiare sovente in condizioni di “pieno carico”- cioè a carico non parzializzato- dove le perdite di aspirazione sono inferiori perché la farfalla è più aperta. lo SVC è stato studiato da Saab proprio perché specialista di motori sovralimentati, che soffrono le conseguenze di bassi rapporti di compressione* (8:1) quando non sono utilizzati a piena potenza.



Motore a scoppio

E’ l’elemento che produce il lavoro necessario per il moto del veicolo. I propulsori automobilistici più comuni sono del tipo a combustione interna (definizione migliore che non “motore a scoppio”) a quattro tempi* e appartengono, salvo rare eccezioni, a due grandi famiglie a seconda del tipo di combustibile e conseguentemente al tipo di ciclo termodinamico: benzina ( più raramente metano o GPL) oppure gasolio. I motori del primo gruppo funzionano secondo il ciclo Otto e sono detti anche ad accensione comandata o ad Accensione per Scintilla, sigla AS; quelli a gasolio, o a ciclo Diesel*, sono invece definiti ad Accensione spontanea per Compressione, sigla AC. In entrambi i casi il lavoro viene svolto dal pistone*, detto anche stantuffo, che trasferisce alla biella* le forze generate dai gas della combustione sulla sua parte superiore (cielo). Il pistone deve anche guidare il movimento della biella all’interno della canna, sopportando la parte di forze perpendicolari alle pareti del cilindro*. Il compito di garantire la tenuta dei gas viene affidato sia al mantello del pistone, la parte che scorre nella canna, sia agli anelli di tenuta, detti anche fasce elastiche o segmenti. La biella unisce il pistone all’albero motore*. L’albero motore provvede a trasformare il movimento alternativo del pistone in moto rotatorio. Il basamento (chiamato anche monoblocco o blocco cilindri) ha il compito di supportare e contenere gli organi interni in movimento e di realizzare una tenuta fra i circuiti di lubrificazione* e di raffreddamento* e il manovellismo di pistoni, bielle e albero motore. Esso inoltre funge anche da ancoraggio per componenti quali il motorino d’avviamento, l’alternatore*, il compressore del condizionatore* e le pompe dell’acqua, dell’olio e del servosterzo*. Le canne cilindri possono essere ricavate direttamente nel basamento, oppure possono esservi «riportate» in un materiale diverso. Il motore generalmente è chiuso in alto dalla testata (testa cilindri*) e in basso dalla coppa dell’olio. Termodinamicamente i motori AS e AC hanno trasformazioni teoriche analoghe per i tempi di aspirazione, compressione e scarico che sono rispettivamente isobara, adiabatica, e isocora (detta anche isovolumetrica) mentre la fase di scoppio per i primi è un’isocora mentre per i secondi è un’isobara. Il tempo di espansione corrisponde nel primo caso a un’adiabatica e nel secondo all’isocora di cui sopra e a un’adiabatica. Vedi anche alimentazione e angolo di combustione (per le differenze tra Otto e Diesel) e accensione.



Motore a turbina (ciclo di Joule)

E’ un motore che esegue un ciclo teoricamente formato da due isobare e due adiabatiche. Il fluido (che può essere aria) viene aspirato alla pressione esterna (isobara), compresso adiabaticamente (in genere a valori di 1,5-2 bar per i “benzina”), riscaldato ed espanso isobaricamente, fatto ancora espandere adiabaticamente fino alla espulsione (isobara) alla pressione esterna. Durante la fase di espansione, in particolare quella adiabatica, si ricava lavoro per muovere un albero di trasmissione o per azionare un turbocompressore. La massima energia ricavabile (rendimento) si ha quando tutta l’energia cinetica è sfruttata ai fini del lavoro ricavabile, cioè quando la pressione finale della fase di espansione coincide con la pressione esterna e a questo fine ha molta importanza la forma dei condotti. Un condotto convergente fa aumentare di molto la velocità del fluido fino al massimo, che è la velocità del suono, in tale condizione la pressione di uscita è quella “critica”, pur sempre superiore a quella esterna. Se al condotto convergente segue uno divergente tale velocità può salire ancora divenendo ipersonica mentre la pressione decresce (per l’equazione di continuità, diminuendo la pressione, cioè la densità, pur aumentando la sezione in modo meno progressivo, la velocità deve salire ulteriormente): se i condotti sono ben dimensionati si può raggiungere una pressione finale uguale a quella esterna.



Motore adiabatico

Per evitare le perdite termiche soprattutto in fase di combustione si è fatta molta ricerca sui “motori adiabatici” soprattutto Diesel (infatti nell’ Otto si andrebbe verso la detonazione). Però le altissime temperature raggiungibili danneggerebbero i materiali o riscalderebbero troppo l’aria in aspirazione con detrimento del rendimento volumetrico.

[fonte:Quattroruote]...............|...............torna su..